Vanni Fucci è il dannato più travolgente dell'Inferno dantesco

Il passaggio di cui è protagonista mi piace parecchio
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Inferno
Vanni Fucci è il dannato più travolgente dell'Inferno dantesco

Vanni Fucci è un dannato dantesco estremamente accattivante. L’incontro con lui durante la discesa infernale è uno dei miei passaggi preferiti. Lo riferisco con parole mie.

Siamo nel penultimo cerchio, dove alloggiano i fraudolenti, che sono coloro che hanno peccato servendosi della ragione, la dote umana che ci rende più simili a Dio — gravissimo.

Questo cerchio è suddiviso in 10 bolge, dedicate ad altrettante varianti del peccato di frode; Vanni si trova nella settima bolgia, nella quale scontano pena i ladri.

La punizione è bestiale. I ladri sono nudi e avviluppati da serpi mostruose, che cingono loro mani e collo. La pena prevede che serpi e dannati si fondano tra loro come blocchi di cera, dando luogo a una metamorfosi che riecheggia il peccato trasfigurante e subdolo del furto.

Tutti i dannati sono obbligati dalla provvidenza divina a raccontare di sé a Dante. All’inizio del loro incontro, Vanni Fucci accenna qualcosa di sé, ma omette le proprie colpe più serie. Dante conosce già qualcosa di Fucci e quindi, da bacchettone esaltato, insiste per fargli rivelare tutto il resto: furti, sacrilegi, crudeltà ed altre efferatezze.

Il peccatore è costretto a vuotare il sacco e lo fa di malavoglia. Lo smascheramento, però, lo turba e lo spinge a vendicarsi per l’umiliazione: riversa una profezia lunga ed estremamente sfavorevole a Dante e alla sua fazione politica, prevedendone la rovina. Qualcosa che a Dante avrà sicuramente fatto dispiacere e dato pensiero.

Questo dannato è nei modi e nei gesti tra i più neri dell’Inferno. Parla con parole dure e con frequenti rimandi alla propria bestialità, di cui è consapevole e fiero. Tutta la sua tirata ha lo scopo di ferire Dante e si conclude con un verso famoso, che chiude il primo dei due canti in cui compare questa torva figura:

«E detto l’ho perché doler ti debbia!»

Molto difficile non proseguire immediatamente al canto successivo, che è il 25°. Nella primissima terzina Fucci compie qualcosa che nessun altro dannato osa compiere in tutto il poema: esaltato nel suo slancio aggressivo, cambia marcia e se la prende direttamente con l’altissimo, nonostante si tratti della stessa divinità trascendente che lo sta castigando spietatamente.

Configura entrambe le mani in un gesto osceno medioevale, noto come gesto delle fiche (oggi avrebbe utilizzato due diti medi) e si rivolge al cielo, aggiungendo:

«Togli, Dio, ch’a te le squadro!»

Cioè «O Dio, ecco a te questi brutti gesti che sto facendo: sono indirizzati proprio a te». Vanni Fucci è cattivissimo e vuole male anche all’onnipotente. Dio, comunque, non resta a guardare; le serpi della bolgia si avventano sul malnato, lo avviluppano, lo ammutoliscono, e lo mettono in fuga.

Dante, rallegrato, si toglie una soddisfazione vagamente razzista contri i pistoiesi, commentando qualcosa che circa equivale a «Mannaggia, Pistoia, perché non fai una bella delibera comunale e non decidi di incenerirti da sola? Sei stata fondata da delinquenti e combini malefatte sempre peggiori».

Finisce su queste note l’incontro con Vanni Fucci, il dannato più oscuro e blasfemo dell’oltretomba dantesco.

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